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Gli Stati Uniti hanno usato, e continuano a usare, armi di distruzione di massa.
Mentre leggete gli articoli che seguono ricordatevi che un paese è stato aggredito e invaso illegalmente con la motivazione che avrebbe avuto armi di distruzione di massa pronte per essere usate contro di noi. Ovviamente, tutto si è poi rivelato una bufala, un'isteria collettiva abilmente manovrata dalla propaganda dei media americani e filo-americani. Una bufala costata finora oltre 100.000 morti irakeni, 1500 americani, un paese distrutto, avvelenato per secoli dalle radiazioni dell'uranio impoverito e gettato nella più totale anarchia. "Fanno un deserto e lo chiamano pace..." scriveva Tacito a proposito di un altro Impero, quello romano.
Liz4rd
- Dal 1962 al 1971 il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha sperimentato armi chimiche e batteriologiche sui propri militari. Lo rivelano alcuni rapporti del Pentagono declassificati a partire dal settembre 2000, secondo i quali almeno 5.500 membri delle forze armate USA sono stati usati come cavie in test che prevedevano fra l'altro l'uso di gas nervini letali come il Sarin, il Soman, il Tabun ed il VX. Questi esperimenti, condotti per saggiare la vulnerabilita' delle truppe americane ad un attacco non convenzionale, sono stati realizzati sia in territorio statunitense (Alaska, Hawaii, Maryland, Florida), sia a bordo di alcune navi USA nel Pacifico, e persino, in alcuni casi, in Canada ed in Gran Bretagna. Nel corso dei test nelle Hawaii, in Alaska ed in Florida anche la popolazione civile e' stata esposta a tali sostanze.
Fonte: http://www.deploymentlink.osd.mil/news/jan02/news_10402_001.shtml
L'elenco dei test: http://www.deploymentlink.osd.mil/current_issues/shad/shad_chart/shad_chart_8_3.shtml_chart/shad_chart_8_3.shtml)
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- <<Nel momento in cui la nostra nazione potrebbe essere chiamata a combattere per proteggere gli americani dal terrorismo biologico e chimico - ha dichiarato Christopher Smith, deputato repubblicano e presidente del comitato parlamentare per gli affari dei veterani - e' tragico apprendere che quarant'anni fa dei soldati e marinai americani sono stati involontari partecipanti a test che usavano tossine biologiche e chimiche>>.
(New York Times del 9-10-2002: http://tricare.osd.mil/eenews/downloads/NYT100902.doc)
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- Secondo uno studio federale, almeno 15.000 morti di cancro avvenute negli Stati Uniti a partire dal 1951 sarebbero state verosimilmente provocate dalla ricaduta sul territorio della radioattivita' prodotta dai test nucleari condotti durante la guerra fredda.
(USA Today del 27-2-2002: http://www.usatoday.com/news/nation/2002/02/28/usat-nuke-sidebar.htm)
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Giuliana Sgrena ed il Napalm
E' vero o non è vero che Giuliana Sgrena, ed anche la sua collega francese, sono andate ad intervistare i profughi del genocidio di Falluja, la città distrutta dove gli americani hanno sparato napalm dagli elicotteri e dagli aerei e bruciato un migliaio di persone, proprio come in Vietnam? Ne hanno parlato il Guardian, ormai l'ultimo giornale d'Europa a dirci qualche verità, e da noi il settimanale Avvenimenti, dignitoso settimanale un pò ancien regime, ma nessun altro ha fatto davvero sapere l'orrendo massacro americano di Falluja e continuano a blaterare sulla tragica buffonata delle elezioni, facendosi così complici delle menzogne planetarie di Bush. Al di là dei buonismi Buschiani, e quelli ancor più miserabili dell'Italietta, perchè, diciamo almeno il Manifesto non ha sbattuto in prima pagina quel che è successo a Falluja, e il legittimo sospetto che la Sgrena sia stata presa , come la sua collega, da una delle bande fomentate dalla CIA (ci sono anche squadroni della morte in Iraq, la presenza di Negroponte, lo specialista, è lì a provarlo) proprio perchè stava cercando tra i rifugiati della città martirizzata le prove (che ci sono) del Napalm buttato sulla città intera, donne e bambini compresi?
Fonte: http://www.malatempora.com/mag59.htm
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A Fallujah usate armi chimiche: lo conferma il Ministero della Sanità iracheno
Un esperto del Ministero della Sanita' iracheno ha accusato le forze americane di aver impiegato armi vietate dalle convenzioni internazionali durante la sanguinosa offensiva contro Falluja, nello scorso novembre. Lo riferisce la tv satellitare qatariota Al Jazira sul suo sito internet. La denuncia e' venuta durante una conferenza stampa presso il Ministero a Baghdad, la cui data non e' stata precisata. Il dottor Khalid ash-Shaykhili, al quale e' stato affidato l' incarico di accertare le condizioni di salute degli abitanti di Falluja, ha detto che le ricerche effettuate dalla sua equipe medica provano che le forze Usa hanno usato gas ''mostarda'', gas nervino e altre sostanze chimiche nocive. ''Quello che ho visto durante i nostri sopralluoghi a Falluja mi portano a credere tutto quanto e' stato detto riguardo a quella battaglia'', ha dichiarato il medico, secondo Al Jazira. Il dottor ash-Shaykhili ha precisato che la roccaforte della guerriglia sunnita ad ovest di Baghdad reca ancora i segni dell' uso di sostanze chimiche e di altri armi, che provocano gravi malattie. L'esperto ha anche denunciato la ''totale distruzione dell' ambiente'' a Falluja. ''Posso anche dire di aver trovato dozzine, se non centinaia, di cani e gatti randagi e uccelli uccisi da questi gas''. Il medico ha detto che inviera' un rapporto a tutti gli organi competenti in Iraq e all'estero. Durante l'offensiva americana contro Falluja, alcuni abitanti avevano riferito di aver visto ''corpi bruciati'', con i segni caratteristici che lascia il napalm, un cocktail di sostanze tossiche del quale le truppe Usa fecero largo uso durante la guerra del Vietnam, con effetti devastanti sulle persone e l'ambiente.
Fonte: Ansa, 4 marzo 2005
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A FALLUJA SI E' USATO IL NAPALM ?
di red
Il 23 novembre del 2004 gli abitanti del villaggio di Saqlawiya che si trova vicino a Falluja, hanno raccontato alla TV del Quatar, Al Jazeera di aver aiutato a seppellire 73 corpi di donne e bambini completamente carbonizzati. Al momento non ci sono prove che dimostrino l'uso di bombe al NAPALM da parte degli americani o delle altre forze della coalizione: i cadaveri carbonizzati pero' fanno nascere seri sospetti. Anche i corpi ritrovati l'anno scorso dopo la battaglia dell'areoporto di Bagdad erano completamente carbonizzati. A questo proposito qualcuno aveva persino ipotizzato l'uso di armi nucleari.
Sul numero 6 di Avvenimenti pubblicato la seconda settimana di febbraio, Liliana Boranga collega i rapimenti di alcuni giornalisti, Giuliana Sgrena, e Florence Aubenas, con le inchieste che loro stavano portando avanti. Da mesi le due inviate stavano indagando sul fatto che gli Stati Uniti facessero uso di armi non convenzionali. Lo dimostrano tre fatti estremamente significativi. In primo luogo Giuliana Sgrena, pochi giorni prima di essere sequestrata, stava cercando proprio i profughi superstiti dei bombardamenti di Falluja per avere delle prove. In secondo luogo le due donne sequestrate erano tra le pochissime persone ad essere entrate nella citta' martoriata dopo i bombardamenti. E infine nella famosa Battaglia di Falluja, la mezzaluna rossa aveva denunciato centinaia di cadaveri esposti all'aperto. Anche su questo le due giornaliste stavano indagando. Alla fine le prove non sono saltate fuori anche perche' era difficile, in quella situazione, riuscire a trovare qualche testimone; chi poteva parlare sussurrava che forse era meglio non vedere quello che era successo.
Nel numero successivo di Avvenimenti, Simona Maggiorelli ha continuato il lavoro iniziato da Liliana Boranga. Pero' questa volta la giornalista di Avvenimenti e' andata a spulciare piu' nel dettaglio la situazione in Inghilterra e vedere se la seconda nazione della coalizione dei volenterosi facesse anch'essa uso di NAPALM. I sospetti verso l'esercito britannico vengono ufficializzati il 29 novembre 2004 quando nella camera dei comuni di Londra iniziano le prime interrogazioni parlamentari per chiedere al governo Blair chiarimenti. Nel caso dell'inghilterra, l'accusa e' piu' grave che per gli Stati Uniti. Infatti il Regno Unito contrariamente agli Usa, aveva firmato gli accordi del 1980 per la messa al bando di armi chimiche.
Quindi, se venisse provato l'uso del NAPALM, ci troveremo di fronte ad una vera e propria violazione degli accordi. A portare avanti le inchieste parlamentari in Inghilterra e' una deputata del gruppo Halifax del Labour Party. Si tratta di Alice Mahon. Coraggiosamente il 21 dicembre 2004 venne lanciato da parte della deputata l'affondo piu' duro:" Visto che abbiamo la possiblita' di fare domande, ma non ci viene permesso di aprire una discussione voglio dire che questa guerra e' illegale. Perche' non ci sono piu' immagini di persone che vivono a Falluja? Che tipo di armi sono state usate?"
Una riflessione a questo punto e' d'obbligo. Alcuni fatti sono ormai assodati.
Negli ultimi anni gli Usa hanno ridisegnato "a suon di bombe" parte della geografia mondiale. I rapporti con l'Europa che conta: Francia, Germania, e Spagna sono ormai definitivamente compromessi.
L'Onu e' stata fatta collassare e con essa anche ogni progetto di multilateralismo. Molti storici da tempo stanno cercando di analizzare l'attuale situazione guardando indietro agli ultimi dieci anni di storia mondiale.
Da questo scenario emerge in modo evidente come "dietro le quinte" della politica estera americana si cela senza dubbio un problema serio di redifinizione del ruolo militare Usa, all'indomani della caduta del muro di Berlino. Infatti non va dimenticato che dal 1989 gli Stati Uniti devono giustificare al mondo un esercito militare che impiega circa 2 milioni di persone operative senza contare tutto l'entourage civile che opera intorno. Quindi senza mezzi termini, ci troviamo di fronte ad un' industria tra le piu' prolifiche dell'occidente, che opera su un mercato aperto internazionale di tutto rispetto. E cio' in anni di crisi economica. Ogni anno in america si producono, sempre piu' massicciamente, migliaia di Claster Bomb o di bombe al Napalm.
Non si tratta di dietrologia. Basta, leggendo i giornali americani, osservare il potere di convincimento che le lobby delle industrie militari hanno sia nei confronti sia del congresso, sia dell'amministrazione presidenziale. Se poi si va anche a confrontare quanto appena detto con le statistiche sugli aumenti delle spese militari effettuate dalle varie amministrazioni dai primi anni novanta ad oggi, il cerchio si chiude. Dunque i secondi fini della politica estera americana sono ormai chiari a tutti. Non solo alle opposizioni di sinistra ritenute radicali, ma anche a governi di centro destra come la Francia di Chirac. Perche' allora si continua a mettere in scena l'assurda commedia dell'intervento umanitario? Perche' si insiste nel dire che l'obiettivo dell'amministrazione Bush e' quello di esportare la democrazia? Senza retorica, ma ormai una simile messa in scena non ha piu' senso. Persino Giugliano Ferrara, l'interprete ufficioso dell'ideologia neo.con in Italia ritiene piu' "corretto" ormai dichiarare che quanto si sta facendo in Iraq oggi e' in poche parole, una guerra.
Fonte: http://www.radiobase.net
Muore la Costituzione. L'Unione abbandona l'aula Alla fine la riforma è passata con 162 sì e 14 i contrari, non prima che tra i diversi schieramenti volassero insulti e provocazioni di ogni tipo, al punto che il presidente del Senato Marcello Pera ha sospeso la seduta per ben due volte. Tra i no, anche quello di Domenico Fisichella, vice-presidente del Senato e tra i fondatori di Alleanza nazionale. «Formalmente io parlo in dissenso rispetto al gruppo parlamentare di An che si accinge a votare in dissenso rispetto ai valori fondanti e fondativi di Alleanza Nazionale, valori fondanti e fondativi che io conosco meglio di chiunque altro». Il no della Fed: la cdl cede ai ricatti della Lega e alle ambizioni di Berlusconi E poi continua: «Voi- incalza il presidente dei senatori ds- avete blindato la vostra proposta di costituzione. L'abbiamo capito quando vi siete chiusi nella baita di Lorenzago, tra una polenta e un fiasco di vino. Era chiaro tutto». Poi puntualizza: «Fare della riscrittura della II parte della costituzione, l'oggetto, il collante del patto di governo della cdl, è stato un atto politico oltraggioso della nostra storia e della nostra democrazia. Non era mai avvenuto. Non è mai avvenuto in nessuna moderna democrazia occidentale niente di simile. Persino in iraq per costruire una costituzione condivisa dagli sciiti, superando persino l'esito del voto, si pongono il problema di associare al lavoro costituente, i sunniti». Insomma, conclude Angius, «non so se siano più fondamentalisti gli sciiti o voi». Il ministro delle Riforme padano, Roberto Calderoli, che la settimana scorsa aveva minacciato le dimissioni in caso la riforma non venisse approvata entro Pasqua, esulta: «Beh, sì: mi pare proprio che l'avemo sfangata...». Poi annuncia il ritiro entro il pomeriggio delle sue dimissioni e comunica alla folla lo stato d’animo del capo Umberto Bossi: «L’ho sentito, è gasatissimo». Prodi: prepariamoci ad un referendum che ponga fine a questo scempio Già altri esponenti dell'Unione avevano annunciato in questi giorni l’inevitabilità del ricorso al referendum. E rispetto a questa opzione mercoledì si è subito pronunciato ianche l premier Berlusconi da Bruxelles dove è in corso il Consiglio europeo tra capi di Stato: di referendum se parlerà ma a suo tempo, «dopo le elezioni politiche perché non vorremmo che questo interferisse con la spiegazione di ciò che il governo ha fatto e con le differenze, che dovremo ben spiegare, tra noi e la sinistra nel modo di vedere lo Stato, le persone, la politica. Noi manteniamo la stabilità del governo, loro invece vogliono solo esercitare il potere». «Ha paura. Anzi è letteralmente terrorizzato da un referendum popolare che sa benissimo che spazzerebbe via questo obbrobrio». Lo dice ai giornalisti il capogruppo DS al Senato, Gavino Angius. «Questo ci porta alla considerazione-sottolinea- che anche Berlusconi considera questa legge impresentabile al giudizio del popolo italiano».Rappresenta, poi, «un inedito» quanto il premier va dicendo di un referendum da fare dopo le elezioni politiche, «una dichiarazione quantomeno sospetta» e per ben due motivi. Ci sono altri due passaggi parlamentari e «la legge potrebbe non essere approvata». Poi, seconda ragione, «se queste riforme sono un gran risultato, se sono così importanti per il Paese, se sono strategicamente così fondamentali e decisive per il futuro, Berlusconi ne dovrebbe fare un punto di forza della sua campagna elettorale. Il fatto che metta le mani avanti -conclude- è che è letteralmente terrorizzato dal referendum popolare». fonte www.unita.it
di red
Bandiere tricolori, fiocchi verdi bianchi e rossi legati ai microfoni. Nell’aula di Palazzo Madama, il giorno del voto del ddl di riforma o meglio di manomissione della Costituzione, il centrosinistra ha espresso con durezza il suo dissenso. Al momento delle votazioni, dopo le dichiarazioni dei voto, i parlamentari dell’Unione si sono alzati dai seggi e sono usciti dall’aula in segno di protesta verso quella che viene giudicata « la più grave legge tra quelle approvate in questa legislatura dal governo e dalla sua maggioranza».
Il diessino Gavino Angius, intervenuto in aula per conto della federazione dell'Ulivo ha parlato di «pagina nera per l’Italia» e di «cessione al ricatto della Lega nord»: «La nostra costituzione è costata sangue e sofferenze. Una mobilitazione di coscienze, cattoliche, marxiste, liberali. Un enorme impegno comune». «Certamente oggi la costituzione ha bisogno di riforme», però, attacca, «voi ora volete riscrivere questa grandiosa costituzione per accontentare un partito del 3% e per distruggere i poteri di garanzia che sono ostacolo al potere del vostro presidente del consiglio». Insomma, continua il senatore della Quercia, «è questo scellerato obiettivo che di fatto ha reso voi senatori di maggioranza schiavi obbedienti, la base di questo pasticcio. per noi, tutto questo è inaccettabile. Ecco perché ci opponiamo».
Adesso la riforma passa alla Camera e a giugno il Senato potrebbe pronunciarsi per la seconda volta per il varo definitivo. Ma per il centrosinistra l’ostruzione in aula è solo il primo passo. La lotta contro la manomissione della costituzione è destinata a spostarsi all’esterno dei Palazzi. Alla notizia dell'approvazione Romano Prodi ha subito dichiarato: Con la nuova riforma costituzionale «sono calpestati» il ruolo «del Presidente della Repubblica, e prima ancora del Parlamento e della Corte Costituzionale, della Magistratura». Per questo «noi dovremo prepararci fin da ora a un referendum che ponga fine a questo scempio».
LA GUERRA CONTINUA
di Pierluigi Sullo
Il check point dei media e della politica italiani ha regole d'ingaggio se possibile piu' drastiche di quelle dei militari nordamericani a Baghdad. Il paragone e' certamente eccessivo, se si pensa alla pallottola che ha ucciso Nicola Calipari. Ma provate voi a mettervi nei panni di persone come Giuliana Sgrena e il suo compagno Pier Scolari, o l'intera redazione del manifesto, che hanno vissuto - in modi diversi, certo - un mese di tensione e paura, di fatica e di speranza.
Uno di quei momenti della vita che si', ti cambiano per sempre, come dice Gabriele Polo, ma allo stesso tempo lasciano cicatrici nell'anima e, nel caso di Giuliana, nel corpo, visto che dovra' essere ri-operata per riparare i danni di quelle pallottole. Ecco, mettetevi nei loro panni e immaginate che, subito dopo l'enorme gioia per la salvezza della nostra compagna, e subito dopo il grande trauma della morte di un agente dei servizi che si era conosciuto come una persona seria, competente ed umana, subito dopo questa tempesta di emozioni, vi capiti di essere diffamati, derisi, volutamente malintesi dalla generalita' dei grandi giornali e dei grandi telegiornali, e da molta parte della politica.
Ci vogliono nervi molto saldi, e una enorme serenita', per resistere. I nervi e la serenita' che aveva Gabriele, martedi' sera, nella trasmissione chiamata "Ballaro'", quando invece di balzare alla gola di un idiota [si', ho scritto idiota] come il ministro leghista della giustizia [ossimoro], si limitava a guardarlo, mentre quello diceva che Napoli e' molto piu' pericolosa di Nassiriya, che in Iraq non c'e' la guerra e che Giuliana e' piu' amica dei suoi sequestratori che dei suoi liberatori.
Perfino il Comitato di redazione del Tg4 ha protestato contro il direttore, Emilio Fede, per gli insulti che andava scagliando su Giuliana. Anche il Cdr del Tg1 si e' ribellato, dopo i trucchi per rinviare la notizia sulla morte di Calipari [e il direttore, Mimun, ha fatto martedi' sera leggere un proclama come fosse una notizia, su quanto il direttore del Tg1 e' inappuntabile]. Perfino il Wall Street Journal, invece che occuparsi delle azioni delle industrie militari, o forse proprio per questo, ha abbandonato il suo stile "britannico" [che non e' mai esistito], per insultare la giornalista del manifesto. Ed Eugenio Scalfari, con il suo tono alla Camillo Cavour, insiste nel mettere sullo stesso piano l'"errore" di Giuliana, l'essersi fermata troppo a lungo nella moschea, con quello di Calipari, il non aver preso le misure le sicurezza di cui, tutti lo sanno, il fondatore della Repubblica e' un grande esperto, avendo frequentato i peggiori quartieri di Baghdad in tempo di guerra. Mentre l'ex umorista Michele Serra - sospinto dal guerrologo Adriano Sofri - fa della triste ironia sull'antiamericanismo e altre fesserie.
Dobbiamo continuare? Feltri e il Giornale, il Corriere della Sera e il suo re-inviato Lorenzo Cremonesi, che sui servizi segreti nordamericani ne sa piu' di Negroponte, ministri assortiti in ogni radio e tv, Bruno Vespa e Lucia Annunziata… Eppure, due piccole verita' restano li'. La prima e' che un sondaggio di Ap-Biscom, non del centro sociale Leoncavallo, dice che il 70 per cento degli interpellati vuole il ritiro delle truppe, e pensa che gli Usa non ci faranno mai conoscere la verita', sulla morte di Calipari. La seconda e' che Giuliana Sgrena si costituira' parte lesa nel processo, se mai si fara', ai colpevoli della sparatoria di cui e' stata vittima insieme ai due agenti del Sismi.
In effetti, di cosa stiamo parlando? Di una donna sequestrata, delle mobilitazioni pubbliche e del lavoro riservato [di Callipari, non di quell'esibizionista di Scelli, che a Falluja ha visto solo bambini con la maglietta dell'Inter e del Milan, dato che c'e' andato quando esistevano ancora bambini, nella citta' irachena] per salvarla. E del fatto che, quando l'ostaggio era ormai a qualche centinaio di metri dall'aereo che l'avrebbe riportata tra noi, raffiche di proiettili l'hanno ferita, mentre uccidevano il suo salvatore. E questi proiettili sono statunitensi.
Sarebbe semplice. E semplici sono le domande. Perché hanno sparato? Perché contro quella macchina? Dove si e' inceppata la famosa "catena di comando"? E per quale ragione? Fino a che non si avranno risposte certe, tutte le ipotesi sono possibili. Tutte. E continuare a parlare di "incidente", come tutti fanno, compreso il buon vecchio centrosinistra [quasi al completo] e' altrettanto fazioso, che se qualcuno parlasse di "omicidio premeditato" [cosa che nessuno fa].
La verita' e' che di quel che effettivamente e' accaduto non frega niente, ai grandi [tele]giornali e a quel genere di politica, altrimenti salterebbero sulla sedia, dopo che il ministro degli esteri ha parlato in parlamento, non nel suo salotto, di un'auto che viaggiava a 40 all'ora, mentre le solite "fonti militari" dicono ad Abc News che l'auto procedeva a 160 [dev'essere la mania italiana per la Ferrari e la Formula Uno]. Quel che gli interessa e' arginare il vulcano di indignazione, e di dolore, e di verita', che erutta nella societa' italiana, ossia riparare alla meglio lo strappo nel solo legame davvero indiscutibile della politica italiana, quello con gli Stati uniti d'America. Da quello strappo consegue il crollo di legittimita' della guerra.
Una guerra finalmente svelata come tale, perché di colpo di vede che Baghdad o Falluja non assomigliano per niente a Scampia o a Secondigliano, e chi lo dice, come il ministro Castelli, appare per quel che e': un idiota [si', l'ho scritto per la seconda volta]. E anzi sono un posto dopo chiunque puo' uccidere chiunque, dove ai posti di blocco i soldati statunitensi sparano a prescindere, nella migliore delle ipotesi sulla morte di Calipari e sul ferimento di Giuliana.
Per ottenere questo scopo, la prima cosa da fare e' screditare le voci contrarie, specialmente se sono molto popolari come Giuliana Sgrena. Che per colmo di sfortuna e' anche testimone oculare, oltre che vittima e bersaglio delle stesse pallottole che hanno ucciso Nicola Calipari.
Quel che sta avvenendo e' impressionante. Non si e' mai visto un tale accanimento contro una persona inerme, come Giuliana, e contro un giornale piccolo, come il manifesto. Qui abbiamo cinque milioni e mezzo di copie e quindici milioni di telespettatori contro qualche decina di migliaia di copie. A rigore, dovrebbero aver gia' vinto. Ma c'e' quel 70 per cento che vuole il ritiro delle truppe: Anche questo e' impressionante: quanto l'Italia ufficiale sia lontana e diversa da quella reale. Mentre la societa' dice "la guerra e' finita" [ed e' il titolo del numero di Carta che esce questa settimana], i media e la politica dicono "la guerra continua".
E' una situazione che si e' data piu' volte, nella storia italiana. Per esempio l'8 settembre del 1943. Non si deve mai esagerare, ma una tale frattura, tra rappresentanti e rappresentati non e' tranquillizzante. Ma, intanto, un gesto ciascuno puo' facilmente farlo: scrivere un messaggio al manifesto [lettere@ilmanifesto.it] per dire, semplicemente, coraggio, vi vogliamo bene, non vi abbattete, siamo con voi.
Fonte: http://www.carta.org/editoriali/index.htm
Sgrena: perché hanno sparato? Questo raccontano a caldo le «fonti» dei servizi accorse sulla strada per l’aeroporto civile di Baghdad dopo la sparatoria che è costata la vita a Nicola Calipari, il ferimento di due agenti del Sismi e della giornalista Giuliana Sgrena. Questo ha dichiarato la stessa Sgrena interrogata ieri dai magistrati romani Franco Ionta e Pietro Saviotti, che indagano sulla «tragica fatalità» di venerdì sera. L’ipotesi di reato è omicidio volontario aggravato e triplice tentato omicidio, il fascicolo, ovviamente, è ancora vuoto, non ci sono indagati. Abbondano, però, le versioni contrastanti, i tentativi di insabbiamento. Sostengono gli americani che l’auto con a bordo l’ostaggio italiano appena liberato viaggiasse a velocità sostenuta. «Non è vero - dichiarano la Sgrena e l’agente del Sismi ai pm romani - : la nostra auto aveva una andatura regolare e non suscettibile di equivoci». E non è vero che la macchina non sia fermata ad un chek-point. «A spararci addosso - dicono i due - è stata una pattuglia che ha sparato dopo averci illuminato con un faro». Gli americani, invece, parlano di «procedure rispettate» e dicono che i militari di pattuglia «hanno tentato più volte di chiedere all’autista di fermarsi». Non è andata così, stando ai racconti dei superstiti. Dice Giuliana Sgrena: «Stavo parlando con Nicola Calipari, lui mi raccontava cosa era successo in Italia nei giorni del mio sequestro. All’improvviso ci è arrivata addosso una pioggia di fuoco...». Le regole di ingaggio per i militari americani impegnati in pattugliamenti e posti di blocco prevedono che se un automezzo ignora le richieste di rallentare o di fermarsi, i soldati rispondono con spari di avvertimento. Solo se la macchina decide di non fermarsi, arriva l’ordine di sparare direttamente sul velivolo. Venerdì sera a Baghdad non è andata così. I mitra pesanti del blindato e i fucili mitragliatori dei soldati sono stati puntati direttamente sull’automobile che trasportava agenti e ostaggio italiani. «E’ stata una cosa terribile, il fuoco continuava, il nostro autista non riusciva neanche a spiegare che eravamo italiani», racconta la Sgrena. Hanno sparato all’impazzata e poi hanno circondato quell’auto con un morto e tre feriti a bordo impedendo a chiunque di avvicinarsi, è il racconto di chi è accorso subito sul luogo della sparatoria. I soldati americani non si sono fidati fino all’ultimo, tanto che ai feriti è stato impedito l’uso dei telefoni satellitari e dei cellulari che avevano a bordo. Alcune fonti sostengono che gli apparecchi sono stati sequestrati, altre che che ai tre italiani sia stato imposto di spegnerli. Perché gli americani hanno sparato sulla macchina degli agenti segreti italiani? Perché nessuno, né il Dipartimento di Stato, né il comando Usa e l’intelligence presenti a Baghdad, sapevano dell’operazione condotta dal Sismi, è la tesi. Il Washington Post cita una fonte ufficiale del Dipartimento di Stato e scrive che «gli italiani non hanno informato né l’ambasciata americana a Baghdad né il comando militare Usa del rilascio della Sgrena, nonostante un coordinatore americano sulla questione degli ostaggi avesse lavorato con loro sul caso». Tesi sostenuta anche da alcune fonti del governo iracheno citate ieri da Aki-Adnkronos-international. Parla un alto esponente del governo di Baghdad: «Gli italiani non avevano avvertito noi né gli americani perché temevano che gli avremmo impedito di portare avanti le trattative con i terroristi. Temevano un intervento militare proprio al momento della consegna dell’ostaggio». Un esponente del ministero dell’Interno iracheno si spinge a parlare anche di un eventuale riscatto pagato ai rapitori, «una somma enorme», il tutto tenendo all’oscuro le autorità irachene, «e questo non ci fa piacere». Come sono andate le cose, altre fonti, lo raccontano in modo diverso. Gli americani sapevano che il gruppo di Nicola Calipari era, come si dice in gergo, in «teatro». Sapevano, cioè, che il funzionario del Sismi era in Iraq per dare gli ultimi ritocchi alla trattativa per la liberazione di Giuliana Sgrena. Agli americani, però, non erano stati forniti tutti i dettagli dell’operazione, soprattutto la data e il luogo del rilascio della giornalista. Una misura prudenziale, perché il Sismi temeva che le forze speciali Usa potessero organizzare un blitz per la cattura dei rapitori. Una ipotesi vista come una sciagura, un bagno di sangue con il rischio che Giuliana Sgrena ci rimettesse la vita. E non è un mistero per nessuno che sul terreno iracheno intelligence italiana e quella Usa siano ai ferri corti. Per gli americani con i terroristi e i rapitori non si tratta, per gli italiani, se necessario, sì. Anche i francesi non amano la linea dura. L’esperienza della lunga detenzione dei due reporter francesi, Christian Chesnot e Geroges Malbrunot, rapiti il venti agosto del 2004 e rilasciati dopo quattro mesi, la dice lunga sul conflitto sotterraneo in corso in Iraq tra intelligence alleate. Perché ogni volta che gli 007 parigini riuscivano a localizzare l’area dove i terroristi tenevano prigionieri i due reporter, arrivavano gli americani «saturandola» con operazioni e blitz militari ad hoc che facevano saltare ogni possibile trattativa. Gli americani, quindi, sapevano della presenza degli 007 italiani, ma sono stati informati dell’operazione solo quando la Sgrena era già in macchina. Libera. A trattativa finita e quando i rischi di un blitz erano ormai scongiurati. Una situazione delicata, come si vede, tanto che Nicola Calipari ha voluto gestirla direttamente, senza delegare altri agenti suoi sottoposti. Per il resto, fonti del Sismi e fonti diplomatiche italiane parlano di una comunicazione tra l’ambasciata italiana a Baghdad e il comando militare Usa nella quale gli americani venivano addirittura informati del passaggio dell’auto. Ci sono poi le telefonate fatte da Nicola Calipari dalla macchina mentre si dirigeva verso l’aeroporto. Almeno tre chiamate, due in Italia, a Palazzo Chigi, una a Baghdad. Se queste informazioni risulteranno vere nel corso dell’inchiesta giudiziaria, vorrà dire che gli americani sapevano - in ritardo per quanto riguarda i dettagli dell’operazione - ma sapevano che su quella macchina viaggiavano agenti segreti italiani e un ostaggio liberato. Se sapevano non hanno informato bene tutte le pattuglie, mobili e fisse ai posti di blocco, che sorvegliano l’autostrada che dalla città porta all’aeroporto civile della capitale irachena. Dove c’era l’aereo italiano che avrebbe dovuto riportare indietro l’intero gruppo. Un altro mistero. Reso ancora più fitto da una frase detta ieri dal ministro dell’Ambiente Altero Matteoli. «Pare che l’arrivo dell’aereo che doveva prendere la giornalista in un’ora così insolita, abbia messo in allarme i soldati americani; pare che uno dei motivi sia questo...». Parole buone per giustificare la gaffe fatta ieri l’altro dal ministro degli Esteri Fini, che a caldo ha parlato di «tragica fatalità», non certo per portare grandi contributi alla chiarezza. Perché, spiegano fonti dell’intelligence abbastanza irritate per la girandola di dichiarazioni governative e per l’atteggiamento del Dipartimento di Stato Usa (che anche ieri parlava di «sfortunato incidente»), «a Baghdad, dove gli aeroporti sono controllati dagli americani, non può atterrare neppure un aquilone senza preavvisi, permessi e controlli rigidissimi». Quindi anche sul perché della presenza di quell’aereo italiano militari e intelligence Usa sapevano. Troppi misteri, resi ancora più inquietanti dalle dichiarazioni di Pier Scolari sugli «avvertimenti» che Giuliana Sgrena avrebbe ricevuto dai suoi rapitori poche ore prima del rilascio: «Stai attenta perché gli americani ti vogliono uccidere...». Forse si tratta di una suggestione, di una frase capita male, di una forzatura dettata dall’emozione. Ma anche questo è un mistero tra i tanti. Che toccherà all’inchiesta giudiziaria appurare. La speranza è che la morte di Nicola Calipari non subisca l’oltraggio delle vittime di un altro «sfortunato incidente» provocato dalle truppe Usa, quello del Cermis.
di Enrico Fierro
Il faro del blindato ha illuminato con una luce accecante la macchina sulla quale viaggiavano Giuliana Sgrena, Nicola Calipari - entrambi seduti sul sedile posteriore - un maggiore dei carabinieri seduto davanti e un iracheno collaboratore del Sismi alla guida del veivolo. Non è un fuoristrada blindato, ma una macchina come le tante che circolano a Baghdad. Il gruppo non voleva dare nell’occhio, per questo qualcuno di loro aveva indossato abiti arabi. Dalla proiezione del fascio di luce sparato dal blindato americano - un Humvee corazzato - alle raffiche di mitra non sono passati miniuti, neppure secondi. Solo attimi. Accendere la luce, premere il grilletto: si è trattato di una azione unica. Tre-quattrocento colpi, non solo di calibro pesante, ma anche di armi leggere, hanno investito la macchina degli italiani, quasi fino a spaccarla in due.
Giornata mondiale contro la guerra il 19 marzo
Manifestazione nazionale a Roma
(ore 15.00 piazza della Repubblica)
Via subito le truppe dall’Iraq
Portiamo l'Italia fuori dal sistema di guerra
Libertà per Giuliana Sgrena e tutte/i i sequestrati
A due anni dall'invasione dell'Iraq, visti i pericoli dell’escalation della guerra permanente In Medio Oriente , stante quanto è stato ribadito e rilanciato dai movimenti sociali nel Forum Sociale Mondiale a Porto Alegre, fa appello ad una straordinaria manifestazione globale il 19 marzo.
Il movimento internazionale contro la guerra esige oggi più che mai la fine dell'occupazione dell'Iraq. Esige che gli USA cessino di minacciare la Siria, l'Iran, il Venezuela, Cuba ed altri paesi. Sostiene il diritto dei palestinesi all'autodeterminazione e ad una pace fondata sulla giustizia.
I movimenti contro la guerra si stanno impegnando per stabilire maggiori contatti con le forze che resistono contro l'occupazione in Iraq e in Medio Oriente. I movimenti contro la guerra che si sono sviluppati a livello mondiale appoggiano il diritto del popolo iracheno a resistere contro l'occupazione. In questo senso condividiamo la proposta di organizzazione di una conferenza - da tenersi fuori dall'Iraq occupato - di tutti i diversi gruppi e delle forze antioccupazione dell'Iraq per confrontarsi anche con il movimento internazionale contro la guerra.
Le elezioni tenutesi in Iraq hanno rivelato sia la loro manipolazione sia la loro incapacità di essere un reale elemento di ricomposizione popolare di un paese occupato militarmente ed hanno reso ormai evidente il progetto di balcanizzazione del paese. Le elezioni non hanno affatto portato alla normalizzazione mentre l'occupazione ha trasformato l'Iraq in un mattatoio in cui imperversano le truppe occupanti, i mercenari e gli squadroni della morte. E' in questo contesto che giornalisti scomodi scompaiono. vengono uccisi o intimiditi ogni volta che cercano di far luce sui crimini di guerra e su quanto è avvenuto a Falluja. E' il caso di Giuliana Sgrena del Manifesto e prima di lei dei giornalisti francesi, dei giornalisti di Al Jazeera, di Baldoni o delle cooperanti del Ponte Per. La ritirata dei giornalisti italiani dall’Iraq è un primo effetto di questa situazione. Un effetto speculare a quello della legge sul codice militare di guerra che minaccia con pene pesantissime i giornalisti che rivelano notizie rilevanti sulle missioni militari italiane. E’ ormai chiaro che su quanto accade sui teatri di guerra non vogliono più testimoni. La sorte di Giuliana Sgrena come la libertà d’informazione dipende dalla costanza e dall’ampiezza della mobilitazione popolare che si oppone all’interventismo militarista del governo. Facciamo di tutto per contribuire a liberarla.
Riteniamo necessario combattere tutti gli aspetti del sistema mondiale di guerra. L'integrazione dell'Italia nel sistema della guerra permanente, è quanto venuto configurandosi negli ultimi anni. E' un sistema che prevede l'invio di soldati all'estero per missioni militari mascherate da operazioni di pace o guerre "umanitarie"; che utilizza le basi militari USA e NATO nel nostro paese come strumento operativo della guerra preventiva, includendovi - come è stato recentemente confermato - anche le armi nucleari operative nelle basi di Ghedi ed Aviano; che vede crescere sistematicamente le spese militari e per la "sicurezza" sottraendo alle spese sociali; che privilegia lo sviluppo della ricerca e degli investimenti nell'industria bellica; che vara leggi liberticide contro la libertà di informazione, di associazione e di manifestazione.
E' questo sistema di guerra che dobbiamo combattere anche in Italia per indebolire qui da noi gli interessi e le basi materiali della guerra infinita contro gli altri popoli e paesi. E' la sfida democratica, quella per una politica estera opposta alla ideologia della guerra, quella che il movimento lancia a tutti i soggetti in campo.
E per questi motivi che appoggiamo i militari che si rifiutano di andare in guerra e difendiamo gli attivisti perseguitati perchè si sono attivati contro la guerra bloccando i treni, i porti e le strade su cui transitavano gli armamenti destinati al mattatoio iracheno.
Il 19 marzo prossimo, secondo anniversario dei bombardamenti sull'Iraq, il movimento contro la guerra riempirà le piazze delle principali città degli Stati Uniti e delle capitali nel resto del mondo. In Europa, a Londra e a Roma, le manifestazioni assumono particolare importanza perchè i due governi sono direttamente impegnati nell’occupazione dell’Iraq.
Chiamiamo i movimenti pacifisti, antimilitaristi, antimperialisti, le forze sindacali, politiche, sociali, i soggetti della cultura e dell'informazione, a mobilitarsi il 19 marzo a Roma in una grande manifestazione nazionale
1) per esigere subito il ritiro delle truppe di occupazione dall'Iraq
2) per ribadire la sovranità dell’Iraq e la legittimità della resistenza all’occupazione militare
3) per animare anche in Italia la campagna internazionale contro le basi militari USA e NATO e lo smantellamento delle armi nucleari installate nelle basi in Italia
4) Per rilanciare le campagne per il disarmo nucleare, contro la produzione e l’export delle armi, per la riduzione delle spese militari
Adoperiamoci in ogni ambito nelle prossime settimane per preparare con incontri, sit in e manifestazioni locali la giornata mondiale contro la guerra, affinchè il 19 marzo ci sia una nuova grande manifestazione nel nostro paese. I governi della guerra devono trovarsi nuovamente la strada sbarrata dal popolo della pace. Se non ora, quando?
Il Comitato promotore della manifestazione del 19 marzo
Info e adesioni: roma19marzo@libero.it
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